Spada presidente di Aris Lombardia: “Necessario dare voce alla sanità no-profit”

L’ingegner Nicola Spada, Direttore Generale di Fatebenefratelli – Provincia Lombardo-Veneta dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, è il nuovo presidente di Aris Lombardia (Associazione Religiosa degli Istituti Sociosanitari), che riunisce oltre 50 tra Ospedali Classificati, Case di Cura, IRCCS, RSA e Centri di Riabilitazione.

Ingegner Spada, che situazione si troverà a gestire come presidente di ARIS Lombardia?

«Una situazione complessa. Conosciamo tutti le difficoltà create dalla pandemia nel corso del biennio 2020-21, ARIS Lombardia ha vissuto questi due anni in regime di commissariamento e gli istituti sanitari e sociosanitari lombardi di ispirazione religiosa si sono trovati senza una struttura organizzata in grado di farli dialogare in modo costruttivo con le istituzioni regionali. Se consideriamo poi la fase storica attuale, quella in cui i vertici della Lombardia stanno rivedendo la Legge 23 e l’organizzazione del servizio sanitario regionale, è inevitabile concludere come questa mancanza vada assolutamente sanata e in fretta.  E’ mia intenzione fare appello ai nostri associati per creare una squadra di alto livello in grado di affrontare questa sfida, che va dalla psichiatria alla cronicità, dall’assistenza domiciliare integrata al complesso mondo ospedaliero, dagli IRCCS agli istituti riabilitativi. Non esiste in Regione un altro Ente in grado di vantare un patrimonio così ampio e diversificato».

Cosa rappresenta Aris?

«Spesso al cittadino viene rappresentato il settore della sanità riducendo tutto all’eterna dialettica pubblico-privato. Dimenticando così quella incredibile terra di mezzo rappresentata dal mondo del no-profit, del Terzo settore, delle Fondazioni onlus, delle associazioni. Enti che non si occupano solo di volontariato e assistenza ai bisognosi, ma che gestiscono istituzioni di piccole, medie e grandi dimensioni che conducono in modo professionale quasi 10.000 posti letto e danno lavoro a migliaia di operatori. Un’associazione come ARIS rappresenta queste realtà e deve necessariamente far comprendere ai propri interlocutori che il proprio ruolo non può essere confuso con quello della sanità privata business oriented.». 

Cosa ha fatto l’Aris per il Covid?

«Gli Enti associati hanno affrontato l’emergenza Covid 19 con grande senso di responsabilità, mettendosi interamente a disposizione del Servizio Sanitario Regionale, senza tentennamenti né precondizioni, sempre in prima linea. Non di meno, chi come Aris ha messo a disposizione strutture e personale, difeso pazienti ed ospiti, sostenuto medici e personale del comparto, investito per riconfigurare reparti e logistica, ancora oggi non ha certezze sui ristori regionali e nazionali, e questo ad ormai oltre 6 mesi dalla fine del 2020. E’ necessario che alle promesse delle istituzioni seguano i fatti e su questo punto chiederemo l’apertura di un tavolo a livello regionale». 

Qual è il ruolo di istituti come quelli di Aris nel sistema sanitario nazionale?

«Le strutture Aris presidiano “luoghi di cura”, tradizionalmente non coperti né dal pubblico né dal privato orientato al business. Si tratta di aree geografiche e di ambiti assistenziali in cui la presenza del pubblico è carente, magari perché ancora non è stato istituzionalizzato il fabbisogno e definite le regole per farvi fronte, e dove il privato non trova conveniente investire. Le nostre strutture hanno una diversa ispirazione: prima rispondono all’esigenza, e solo dopo si pongono il problema della sostenibilità. E se alla fine dell’anno avanza qualcosa, viene completamente reinvestito nel servizio: le strutture Aris possono farlo perché senza fine di lucro, non devono remunerare alcun investitore ma solo alimentare la propria missione carismatica».

Quanto pesa il vostro contributo?

«Tanto, molto più di quanto si possa pensare. Immaginiamo cosa sarebbe il Servizio sanitario e sociosanitario nazionale lombardo senza i posti letto, le comunità, gli ambulatori, i centri diurni messi a disposizione dalle nostre strutture in ambiti estremamente diversificati. Oggi però, come già accennato, facciamo fatica a rappresentarci come un gruppo coeso, facendo squadra con Enti e Associazioni che condividono la nostra missione e il nostro programma. Penso ad esempio ad Uneba, con la quale stiamo avviando una alleanza a livello regionale che potrebbe rendere entrambe le associazioni ancora più forti».

La legge tutela il vostro ruolo?

«Qui ci sarebbe molto da dire. La riforma del terzo settore dovrebbe rispondere alla sua domanda, ma è ancora incompiuta (è stato ancora rinviato il decollo del RUNTS) e per certi versi di complessa applicazione per istituzioni di ispirazione religiosa e di grandi dimensioni. La riforma è valida ma va a mio avviso migliorata. E soprattutto applicata laddove prevede un ruolo specifico per il terzo settore nella fase programmatoria del servizio sanitario nazionale (pensiamo alla ormai celebre sentenza 131/20 della Cassazione) che attualmente è sostanzialmente inapplicato quando non addirittura eluso.».

Cosa chiedete a Regione Lombardia?

«Di iniziare ad elevare di rango il terzo settore anche dal punto di vista comunicativo, abbandonando la narrazione del pubblico vs privato e adottando una visione che veda affiancare ai primi due pilastri quello della sanità no-profit. Di sostenere finanziariamente i nostri Enti, soprattutto i più piccoli, che non sono ancora in grado di capire come chiudere i conti del 2020: tralasciando i soliti (già citati) ristori, lo scorso anno Aris ha rinnovato con coraggio il contratto nazionale del comparto a fronte di risorse promesse a tutti i livelli (Ministero, Conferenza Stato Regioni, Regione) che tuttavia non sono concretamente arrivate, aprendo voragini finanziarie in un anno già orribile per altri noti motivi. E infine di collaborare a smontare il processo in atto, mediatico e non solo, di demonizzazione delle RSA: se è vero che il sistema va migliorato potenziandone gli aspetti di integrazione (e chi meglio di una associazione che rappresenta Enti operanti su tutta la filiera della salute e dell’assistenza può dare un contributo fattivo), oggi le RSA Aris sono tra i luoghi più sicuri per i nostri anziani, considerata la professionalità degli operatori ed il tasso di copertura vaccinale pressoché totale tra personale e ospiti».

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