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Infermiere preso a pugni e collega colpita con la cornetta del telefono: notte da incubo all’ospedale di Macerata

“Sto male. Sento il bruciore delle ferite, ho ecchimosi sul collo e sulla schiena, un ematoma alla tempia destra. Ho subito un colpo alla mascella e ora non riesco a masticare. Ma il problema non è soltanto il dolore fisico”. È sconvolto e porta ancora i segni della violenza subita durante una notte da incubo, l’infermiere Alessio Verdicchio, aggredito insieme a una collega al Pronto soccorso dell’ospedale di Macerata.

Il suo racconto dell’accaduto, reso al Corriere Adriatico, mette i brividi: “Un paziente è arrivato in ambulanza e si è avvicinato al box del Triage, chiedendo che gli venisse effettuata immediatamente una flebo. Io ho detto di sì, chiedendo il suo nome. Nonostante questo, ha avuto una reazione di una violenza inaudita. Ha buttato giù il separé e ci ha sorpresi alle spalle, spingendomi la testa sul pc. Io ho cercato di calmarlo, ma non c’è stato verso, era una furia”.

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L’aggressore è un 36enne di origini pugliesi. La sua rabbia ha travolto anche l’infermiera Virginia Berdini, come ricorda ancora Alessio: “La mia collega è stata colpita con la cornetta del telefono e ha ricevuto uno schiaffo. Poi è tornato da me, mi ha spinto a terra con forza da dietro, mi ha preso a pugni sul viso e ha cercato di strangolarmi. Tutto davanti a numerosi pazienti in fila nella sala d’attesa, che hanno iniziato a urlare, chiedendogli di fermarsi”.

La violenza del paziente, però, non si è fermata. “È uscito fuori dal box e nel frattempo sono arrivate le guardie giurate – dice l’infermiere -. Si è scagliato contro una di loro, ma alla fine è stato bloccato. Poi lo abbiamo sedato e la polizia lo ha arrestato. Siamo formati dall’azienda sanitaria per affrontare situazioni di pericolo, ma quando ti trovi davanti una persona così c’è ben poco da fare”.

Parla di “situazione non più tolerabile”, il malcapitato infermiere, contattata dopo l’aggressione anche dal Resto del Carlino: “Svolgiamo il nostro mestiere sotto un’enorme pressione, con problemi che aumentano e liste d’attesa sempre più lunghe. Aiutiamo tutti, ma lavorare è sempre più difficile. Amo il mio lavoro, ma più di una volta ho dovuto sporgere querele e sono tornato a casa con la rabbia di aver dovuto far fronte a persone che mi hanno insultato”.

E ancora: “L’altra sera poteva andare peggio. Sono più arrabbiato con l’Azienda che col ragazzo che ci ha aggredito. C’è chi ci minaccia, chi ci sputa addosso. Con i colleghi siamo un gruppo eccezionale, affiatato. Lavoriamo tantissime ore, ma servono tutele. Talvolta succede perfino che arrivi un ferito, poi la persona che lo ha ferito, e allora è il caos”.

Cosa si può fare per arginare questa ondata di violenza? “Il Pronto soccorso ha delle telecamere, ma serve una modifica degli spazi – spiega l’infermiere -. Il Triage deve essere protetto: ci sono informazioni sensibili e non ci sono divisori con la sala d’attesa. Riceviamo aggressioni verbali quotidianamente, per cui serve un presidio di polizia h24”.

Quindi, tornando all’ultima aggressione subita: “Il paziente era venuto altre volte, e tempo fa aveva anche detto di avere in tasca un coltello. Le telecamere dimostrano quello che è successo, ma in certi casi non servono a tutelarci. La collega mi ha salvato, chiamando subito i soccorsi mentre il ragazzo mi metteva le mani al collo. C’erano 40 persone, non voglio pensare cosa sarebbe potuto accadere se la sua furia avesse travolto un bambino”.

Redazione InfoNurse

Fonte: Nurse Times

Redazione InfoNurse

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