Strage di Bologna: gli infermieri che soccorsero le vittime riportano le loro testimonianze

Ricorre oggi il 43º anniversario del più grave attentato italiano del dopoguerra compiuto la mattina di sabato 2 agosto 1980 alle ore 10,25 alla stazione ferroviaria di Bologna.

Alle 10:25, nella sala d’aspetto di 2ª classe della, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata contenente 23 kg di esplosivo, venne fatto esplodere e causò il crollo dell’ala ovest dell’edificio.

L’esplosione causò la morte di 85 persone e ne ferì oltre 200. Fu una vera e propria strage.

Le immagini di quei drammatici momenti sono ancora limpide negli occhi di molte persone: infermieri attoniti nel corridoio della Rianimazione, altri che scendono con una barella dal famoso autobus 37, altri ancora al capezzale di un uomo che ha perso una gamba.

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L’unica realtà dal dopoguerra riconosciuta nel ruolo di operatore nel soccorso sanitario sul territorio era la Croce Rossa Italiana, che all’epoca dei fatti lamentava però una grave carenza di personale e mezzi (basi pensare che sulle 15 ambulanze della Cri presenti sul territorio urbano di Bologna soltanto 3 risultavano effettivamente operative).

Il resto dei mezzi di soccorso a disposizione della cittadinanza erano quelli delle associazioni volontarie private che si erano moltiplicate negli ultimi due decenni. Queste ultime erano caratterizzate da una irrazionale parcellizzazione e rispondevano alle chiamate ognuna dal proprio centralino, senza che vi fosse un numero unico per lo smistamento delle emergenze, così che spesso capitava che su un servizio si recassero più ambulanze ed in altri casi nessuna.

Ad aggravare la situazione contribuivano altri fattori determinanti come la scarsissima preparazione dei soccorritori e la povertà di equipaggiamento dei mezzi in mancanza di una regolamentazione a riguardo. Se molte croci volontarie erano caratterizzate da uno slancio pionieristico e da sincera vocazione, il sistema mutualistico dell’epoca che si basava sui rimborsi dei servizi di emergenza allora a pagamento mise in evidenza in alcuni casi forme di speculazione che portarono a veri e propri scandali che portarono alla chiusura di alcune associazioni.

Roberto Marcucci, infermiere in servizio presso il pronto soccorso dell’ospedale Sant’Orsola riporta la propria testimonianza sulla strage:

«Quel maledetto 2 agosto ero in servizio al pronto soccorso del Sant’Orsola e arrivò una telefonata che mi avvisava che era probabilmente scoppiata una delle tre caldaie che erano sotto la stazione per il riscaldamento, e ci sarebbero stati dei feriti. Questa fu la prima notizia. Dopo poco cominciarono a portarci decine di feriti, le ambulanze non bastavano, così staccarono i sedili degli autobus e cominciarono a caricarli sul pavimento, decine di persone. Le barelle erano finite così stendemmo lenzuola sul pavimento, non sapevamo più da che parte giraci anche perché eravamo in quattro più il medico».

Poi Marcucci racconta il «miracolo» quando «oltre ai colleghi dei reparti arrivarono i colleghi che erano in ferie, al mare, a casa, in poco tempo ognuno di noi si diede da fare per cercare di salvare più gente possibile, andammo avanti fino a notte inoltrata, eravamo sfiniti con gli occhi pieni di lacrime per la rabbia nel corpo per quelle famiglie distrutte e quei brandelli di bimbi che ci portavano nei sacchetti. Feci fatica a dormire per mesi, alla notte vedevo i genitori disperati, forse perché allora avevo un bimbo di 3 anni e non avrei mai voluto passare una cosa simile. Non dimenticherò mai».

Marco Vigna all’epoca era il responsabile infermieristico della centrale Emergenza dell’ospedale Maggiore (oggi considerato uno dei fondatori del sistema di emergenza urgenza 118). Quella mattina era a Palazzo d’Accursio nel tentativo di cercare una soluzione alla disorganizzazione dei mezzi di soccorso in città.

«Arrivò una chiamata e dalla finestra vedemmo improvvisamente piazza Roosevelt svuotarsi dai mezzi della polizia. Mi precipitai in stazione e cominciai a coordinare i vari percorsi di soccorso. Non avevamo idea allora di come poter gestire più di 200 feriti contemporaneamente. Quella giornata sembra un pezzo di vita per quanto fu lunga, complicata e dolorosa». Coordinare i soccorsi, decidere le priorità. Ben presto si usarono gli autobus per portare i feriti in ospedale. «A distanza di anni ho riconosciuto in una foto il sacerdote salesiano che quel giorno ha scavato instancabilmente tra i detriti — conclude Vigna — l’ho cercato, ma nel frattempo era morto».

Da qui in avanti la giornata di Marco Vigna proseguirà interminabile: oltre una cinquantina di ambulanze da lui indirizzate trasportano i duecento feriti, tra cui ben cinquanta sono i politraumatizzati gravi, per molti dei quali si rivelerà vitale lo smistamento nei nosocomi altamente specializzati.

Le operazioni di salvataggio alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 videro la partecipazione di circa duecento soccorritori, oltre a svariate decine di militari e vigili del fuoco. Molti furono anche i civili che prestarono la propria opera in una gara di coraggio e solidarietà che cambiò per sempre la memoria collettiva dei bolognesi in un “prima” e un “dopo” la strage.

Cosa hanno dovuto affrontare gli infermieri intervenuti per primi sul posto?

Gli operatori sanitari giunti sul posto dopo la strage di Bologna hanno dovuto affrontare una situazione estremamente caotica e drammatica. Si sono trovati di fronte a un’ampia area colpita dall’esplosione della bomba, con numerosi feriti e vittime. Le prime ore sono state cruciali per la gestione dell’emergenza e il salvataggio delle persone coinvolte.

Tra le sfide principali che hanno dovuto affrontare ci sono state:

  1. Soccorso immediato: Gli operatori sanitari hanno dovuto fornire assistenza immediata alle vittime, cercando di stabilizzare i feriti gravi e trasportarli negli ospedali più vicini per ricevere cure adeguate.
  2. Identificazione delle vittime: La gravità dell’esplosione ha reso difficile identificare alcune vittime, richiedendo un lavoro meticoloso e attento da parte dei sanitari e delle forze dell’ordine.
  3. Gestione dell’afflusso di pazienti: L’alto numero di feriti ha messo a dura prova le risorse sanitarie disponibili. Gli operatori hanno dovuto coordinarsi per assegnare priorità ai pazienti e ottimizzare l’uso delle risorse.
  4. Supporto emotivo: medici e infermieri hanno dovuto affrontare l’aspetto emotivo della situazione, trattando con dolore, paura e shock sia delle vittime che delle loro famiglie.
  5. Coordinamento con altre agenzie: Hanno dovuto collaborare strettamente con le forze dell’ordine, i vigili del fuoco e altre agenzie di emergenza per garantire una risposta rapida ed efficace.
  6. Rischi per la sicurezza personale: Data la natura dell’attentato terroristico, c’era il rischio di ulteriori pericoli per la sicurezza degli operatori sanitari. Hanno dovuto operare con cautela e seguendo le procedure di sicurezza.

Affrontare una situazione così devastante richiede un grande coraggio, professionalità e compassione da parte degli operatori sanitari, e il ricordo di quel giorno rimarrà sicuramente con loro per sempre.

Redazione InfoNurse

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Fonte: NurseTimes

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