Aborto, raccolte 100mila firme per introdurre l’obbligo di ascoltare il battito del feto

I diritti non sono mai acquisiti una volta per sempre. Lo si è visto lo scorso anno nella culla della democrazia occidentale, gli Stati Uniti, dove l’abolizione della sentenza Roe vs Wade ha messo a rischio un diritto fondamentale come l’aborto, esponendolo alle derive più autoritarie di Stati come il Texas.

Quello che è avvenuto oltreoceano può accadere in qualsiasi altro Paese liberale perché ovunque persistono recrudescenze antiabortiste che vorrebbero decidere per il corpo delle donne. Ne abbiamo un recente esempio con la raccolta di oltre 100mila firme da parte dell’associazione Pro Vita per modificare la Legge 194.

La proposta di legge si chiama “Un cuore che batte” ed è stata lanciata da una rete di una cinquantina di associazioni e realtà territoriali pro life, tra cui Pro Vita & Famiglia, Verità e vita, Ora et labora in difesa della vita, CitizenGo e Generazione Voglio Vivere. L’iniziativa popolare, depositata in Cassazione il 16 maggio, vuole introdurre nell’articolo 14 della Legge 194 del 1978 il comma 1-bis, che obbliga le donne che vogliono abortire ad ascoltare il battito fetale del nascituro.

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“Il medico che effettua la visita che precede l’interruzione volontaria di gravidanza ai sensi della presente legge è obbligato a far vedere, tramite esami strumentali, alla donna intenzionata ad abortire, il nascituro che porta nel grembo e a farle ascoltare il battito cardiaco dello stesso”, spiega ad Avvenire Jacopo Coghe, leader di Pro Vita.

Aggiunge Maria Rachele Ruiu, del direttivo di Pro Vita: “Il battito del cuore restituisce al bambino quell’umanità che gli è stata sottratta dalla legge e dalla mentalità che la difende. È violento, nel 2023, all’epoca delle ecografie raccontare che quello è un grumo di cellule”.

L’iniziativa, che mira a riportare al centro della discussione non solo la madre, ma anche la figura del feto, e a far riflettere sulle alternative all’aborto, “intende dare piena applicazione alla legge sul consenso informato.

“La donna – scrivono i promotori sul sito – ha il diritto di essere resa consapevole della vita che porta nel grembo, una vita con un cuore che pulsa. Solo in tal modo può essere realmente libera e responsabile delle sue azioni. Il medico che effettua la visita, ha l’obbligo di dare un’informazione cruciale, che né per legge divina né per il diritto naturale, può sottacere alla donna. Poiché i medici non obiettori sono coloro che faranno la visita che precede l’aborto, sarà un obbligo che, se non ottemperato, li renderà responsabili nei termini previsti dalla legge sul mancato o incompleto consenso informato”.

La raccolta firme non tiene però conto della forte limitazione che una simile iniziativa apporterebbe al diritto all’aborto, già gravemente messo in discussione dall’elevato numero di obiettori di coscienza che operano negli ospedali e nelle cliniche italiane.

Secondo una relazione del 2020 pubblicata dal ministero della Salute, il 64,6% dei ginecologi in Italia è obiettore di coscienza. Un numero ridotto rispetto al 2019 quando la percentuale era del 67%, ma che resta pericolosamente elevato e che erode il diritto delle donne ad avere accesso all’interruzione di gravidanza prevista dalla legge. Ai medici vanno aggiunti il 44,6% degli anestesisti (erano il 43,5% nel 2019) e il 36,2% del personale non medico (nel 2019 lo era il 37,6%).

Secondo la mappa “Obiezione 100”, stilata dall’Associazione Luca Coscioni, in Italia ci sono 22 ospedali e 4 consultori con il 100% di obiezione tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e oss. Sono 72 gli ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza, mentre 46 strutture hanno una percentuale di obiettori superiore all’80%.

In generale, sono 11 le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori: Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. Le Regioni più inadempienti sono la Sardegna e la Sicilia, con più dell’80% di mancata risposta all’accesso civico generalizzato.

Ad Andria (Puglia) sono obiettori al 100% sia i ginecologi sia il personale non medico. Nel Polo ospedaliero di Francavilla Fontana (Puglia), più del 90% di medici ginecologi, gli anestesisti e gli infermieri sono obiettori. Questo significa che ancora nel 2023 il diritto all’aborto non è garantito equamente a tutte le donne e in tutti i territori.

Anziché porre vincoli ulteriori alle donne che dolorosamente scelgono di intraprendere la non facile strada dell’interruzione di gravidanza. Sarebbe necessario aggiornare la legge 194 e disciplinare l’utilizzo della pillola abortiva, ancora poco utilizzata in Italia rispetto agli altri Paesi. Come reso noto dalla ricerca “Aborto farmacologico in Italia: tra ritardi, opposizioni e linee guida internazionali”, pubblicata da Medici del mondo.

Introdotta in Italia nel 2009, ha gradualmente sostituito il metodo chirurgico, passando dallo 0,7% nel 2010, al 20,8% nel 2018, fino al 31,9% nel 2020, con le percentuali più elevate registrate in Liguria (54,8%), Basilicata (52,5%) e Piemonte (51,6%). Numeri però lontani da Paesi come la Francia (dove la RU486 è stata introdotta già nel 1988) e in Inghilterra (nel 1990), dove gli aborti farmacologici sono oltre il 70% del totale – la percentuale supera il 90% nel Nord Europa.

C’è ancora molta strada da fare perché l’aborto sia un diritto di tutte, di certo non abbiamo bisogno di ulteriori vincoli in un percorso già fortemente accidentato. Fornire una reale possibilità di scelta significa consentire una riappropriazione totale del proprio corpo da parte delle donne.

Redazione InfoNurse

Fonte: Elle, NurseTimes

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