E quando l’infermiere/a fa il botto cosa succede?

”Il momento storico attuale è grave, stiamo lottando contro un nemico subdolo e tutti noi speriamo in una imminente fine di questa emergenza pandemica che ci sta tartassando da quasi un anno. Forse una luce in fondo al tunnel la stiamo cominciando a scorgere, considerati i trionfali comunicati circa l’imminente arrivo di un vaccino.


Ed in questo periodo caratterizzato da paura, dalle mille contraddizioni dei soliti scienziati-luminari nonché dall’immortale marea di fake news cavalcate più o meno opportunisticamente dai soliti politici populisti, chi faticosamente resta a galla sono gli operatori sanitari (medici, infermieri, OSS) che giorno dopo giorno continuano ad annaspare in questa catastrofe sanitaria dopo anni di tagli, di riduzioni del personale, di mancati investimenti propedeutici al fronteggiare un’eventuale emergenza come si è nuovamente verificato in queste ultime settimane, risultato delle scelte poco lungimiranti delle varie giunte regionali che si sono susseguite negli anni.

Non bisognerebbe dimenticare che tutti i professionisti sanitari sono esseri umani, che ora più che mai, si sentono come i soldati italiani mandati a combattere in Russia con dotazioni completamente inadeguate, in condizioni troppo critiche per riuscire a lavorare come si vorrebbe, giorno dopo giorno, ora dopo ora ed avanti così, senza riuscire a scorgere la fine di questo incubo.


Ma quando il Coronavirus sarà soltanto un ricordo ci ritroveremo nello stesso marasma di sempre, cercando di sopravvivere tra personale numericamente insufficiente, demansionamento ed il sistema nervoso che scricchiola sempre di più.
Le parole di apprezzamento nei confronti del personale infermieristico italiano in occasione della prima ondata di questa epidemia sono già state largamente dimenticate da quasi tutti.

Parlare e lamentarsi del demansionamento, per un infermiere è un’arma a doppio taglio; chi si impunta chiedendo di poter lavorare da professionista secondo quello che è il suo ruolo e non da jolly come si deve sempre fare da numerosi lustri a questa parte, quasi sempre viene etichettato come scansafatiche come “quello/a che si dà le arie da superiore” o “colui/colei che non vuole sporcarsi le manine”.


Ecco quindi che ci si ritrova a lavorare con OSS o colleghe che tengono il conto del tempo impiegato dall’infermiere/a per svolgere i suoi compiti, per poi andare a criticare a tambur battente con le coordinatrici, mettendo in cattiva luce il soggetto.
Poco importa poi se dal punto di vista legale l’infermiere risponde personalmente di eventuali sbagli e/o omissioni che vadano a nuocere al paziente; l’imperativo è che si faccia faccia qualsiasi cosa e di corsa, dall’assistenza al malato (che giustamente rientra nei nostri compiti) alla distribuzione del cibo, dal rifacimento dei letti alla pulizia dei comodini.

Ed a tutto questo mettiamoci la mole di burocrazia che negli ultimi anni si è aggiunta, di competenza prettamente infermieristica. Senza contare poi i continui incessanti cambi di terapia da parte dei medici, richieste di mille esami che vanno preparati, eseguiti ed inviati nella maniera corretta. E non dimentichiamoci poi delle necessità dei malati, che ovviamente hanno la precedenza su tutto.

Ed in mezzo a questo bailamme c’è l’infermiere, che se non riesce ad adeguarsi a questi ritmi e manifesta qualche difficoltà o debolezza diventa il suddetto scansafatiche, quello che dopo aver svolto i suoi compiti si siede, quello che se non va a disfare il letto vuoto viene tacciato di non saper e di non voler lavorare.

Poco importa inoltre vedere i malati che si spengono come candele, con nei loro occhi quella disperazione mista a senso di sconfitta che ti rimarranno in mente finchè campi; e quando inizi a perdere il conto di tutte le persone che hai visto morire significa che forse qualcosa andrebbe cambiato, perche diventare cinici è un brutto segno.

E quando gli anni passano con ritmi lavorativi simili ecco che si arriva al burnout.
La situazione in cui si ritrova la Sanità italiana ha larghissimanente contribuito a dar vita a questi ambienti di lavoro altamente tossici e competitivi nei quali si formano le cosiddette fazioni di colleghi caratterizzate da rivalità ed astio.


Del burnout si è detto di tutto e di più, ma continua ad essere considerata la malattia dei fancazzisti. Se un infermiere/OSS arriva a questo punto diventa subito un qualcosa da eliminare all’istante, perchè guai se nel gruppo di lavoro c’è qualcuno che ha difficoltà, che non tiene il passo con gli altri o si mette a remare contro. L’imperativo è permettere a coordinatori ed ai direttori di U.O. di conseguire gli obbiettivi che le aziende gli impongono, quindi se tu operatore sanitario hai qualche problema personale che non riesci a lasciare fuori dalla porta sei subito considerato da eliminare, perchè ostacolo al conseguimento di quegli obbiettivi.


Per un infermiere/a oppure OSS è fondamentale l’essere disponibile a macinare doppi turni su doppi turni, in modo da permettere alla coordinatrice di dimostrare la sua bravura nel coprire i turni e magari conseguire qualche forma di riconoscimento. E se magari hai due figli piccoli, i genitori anziani ed una situazione familiare poco felice e non garantisci quella disponibilità a fare da tappabuchi si viene penalizzati in sede di scheda di valutazione, perchè la vita personale di ogni professionista non conta, bisogna dare disponibilità totale per la vita del reparto e per gli obbiettivi della coordinatrice. Questo è l’imperativo numero 1.

Purtroppo non cambierà nulla a nostro favore. L’unica cosa da fare è aspettare la pensione, se mai arriverà.”

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Redazione InfoNurse

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