Il 27 del mese, giornata di stipendi.

Giornata in cui viene ripagato il lavoro svolto durante il mese.

E che mese questo che sta per finire.. Ore passate a lavorare con tuta, guanti, mascherine che ti lesionano il volto, maschere protettive.

Ore passate a collaborare con medici e altre figure sanitarie per cercare di strappare i pazienti con grave insufficienza respiratoria (e non solo) dal loro infausto destino.

Giornate passate tra la paura del contagio, tra lo sconforto di vedere sempre più pazienti accedere in pronto soccorso, giornate a cercare di fare i salti mortali, di reperire materiale che non c’è, di adattarsi a lavorare in spazi e modalità che fino a poco tempo fa non avevamo minimamente idea di cosa significassero.

A volte però i salti mortali non bastano, gli sforzi che noi tutti facciamo non sono sufficienti.

Allora i pazienti muoiono. Lì vedi morire su barelle di pronto soccorso. Lì vedi implorare aiuto.

Tu non puoi fare nulla, sai a cosa stanno andando incontro. Ne sei consapevole.

Il nostro ruolo di infermieri molto spesso è centrato non tanto sulla cura della malattia stessa, ma sul prendersi cura del malato.Doppia responsabilità.

Già. Perché la laurea ti insegna la professione più sul punto di vista tecnico che umano. E allora nonostante la morte sia quotidianità per noi, non sei mai pronto.

Non sai mai cosa dire ad un malato che sta morendo, senza parenti o persone care vicine soprattutto. E allora ecco che torni a casa, solo. Già perché la paura di portare a casa il virus esiste e non vuoi che le persone che fanno parte della tua vita si ammalino.

Torni a casa con le tue ferite delle mascherine che ti segnano il volto. Ma non hai solo le ferite sulla pelle a segnarti. Hai anche le ferite interiori, il pensiero di aver fatto tutto giusto. Il pensiero di aver fatto abbastanza per quel paziente.

Tutto questo per dire che il nostro lavoro va ben oltre quello che tutti i giorni la gente vede. Ultimamente la voce di noi infermieri si sta facendo sempre più forte.

La gente impara a conoscerci. Impara a capire l’importanza e la professionalità e l’umanità che ci contraddistingue. La gente ci dipinge come eroi, come soldati in guerra.

Già. Eroi. Poi guardo lo stipendio di fine mese e mi chiedo se davvero tutto quello che facciamo e rischiamo ne valga davvero la pena.. C’è chi dirà che 1600 euro non sono pochi. Non c’è dubbio.

Ho colleghi che sotto cooperativa prendono anche molto meno. Ma in confronto ai rischi a cui andiamo incontro e alle competenze che noi offriamo ogni giorno,ai riposi saltati, le ferie posticipate..mi chiedo se davvero siano sufficienti 1600 euro al mese.

Delle medaglie e delle pacche sulle spalle non ce ne facciamo nulla. È ora che il nostro lavoro venga riconosciuto per l’importanza e la delicatezza che ha. È ora che venga equiparato agli stipendi degli infermieri del resto dell’Europa. Ps: 78 euro è l’indennizzo mensile che ci spetta per lavorare in un’area emergenza. Fa ridere lo so.

È giusto che la gente sappia anche questo. Non siamo eroi.Non siamo soldati. Siamo gente comune che ha scelto di fare questo lavoro con passione e professionalità.

A volte sacrificando anche la nostra vita personale. Chiediamo che ci venga riconosciuto tutto questo. Condividete anche questo, non solo le storielle strappalacrime.

Ruggero J. Maiocchi

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